Azione's Weblog

Il segreto di Cuba? È l’altro Mediterraneo – Cultura

Ho sempre pensato che uno degli eventi più drammatici della storia sia che Cristoforo Colombo non ha mai saputo di aver scoperto un nuovo mondo, che si sarebbe poi chiamato America. La sua ostinazione e l’audace convinzione che navigando verso l’occidente si arrivasse all’estremo oriente, ricco di spezie e oro, gli impedì di capire che fra un punto e l’altro esisteva un intero continente alle cui prime isole approdò proprio quando l’ammutinamento e la corda dei suoi marinai gli stavano quasi al collo. Per sua fortuna di mortale e per la sua immortalità storica, il genovese che navigava sotto bandiera spagnola arrivò alla terra insperata che gli avrebbe salvato la vita e che avrebbe continuato ad esplorare nei dieci anni a venire, determinato a trovare le tracce dei regni remoti di Catay e Cipango, che aveva promesso ai suoi patroni, e che doveva trovare per confermare il valore economico e geografico della sua impresa. L’apetto significativo della scoperta geografica – considerato, a ragione, da Alejo Carpentier come l’evento più importante della storia – è, senza dubbio, che Colombo non «scoprì» l’America, ma solo i Caraibi. Navigando per quelle isole e quelle coste, senza immaginare l’estensione della terra, le montagne, le culture che esistevano oltre il suo sguardo, Colombo, genovese e uomo del Mediterraneo iniziò, con la sua presenza e quella dei suoi uomini – cristiani, ebrei, mori convertiti – una storia che, ben presto, sarebbe stata una replica moderna della grande avventura umana e culturale che, dall’antichità, centinaia di uomini, razze e modi di vita avevano sperimentato nella cornice geografica più importante della cultura occidentale: il Mediterraneo.

Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=78906


La vicenda Alitalia e la nascita dell’Iri

La storia si ripete ma ogni volta con modalità peggiori e quasi sempre, come scriveva Marx già due secoli fa, con modalità di farsa piuttosto che di tragedia? Sembrerebbe proprio di sì, a seguire le manovre politiche ed economiche dell’attuale governo Berlusconi-Bossi-Tremonti. In particolare, il gigantesco pasticcio dell’Alitalia, perseguito dall’esecutivo dopo aver fatto fallire le trattative con Air France, assomiglia in maniera impressionante (ma con un peggioramento di fondo) alla manovra economica compiuta tra il 1931 e il 1934 dal governo di Benito Mussolini . Questi aveva salvato con una discutibile acquisizione le tre grandi banche nazionali (Banca Commerciale, Credito Italiano, Banco di Roma), per rispondere alla grande crisi scoppiata nel 1929 negli Stati Uniti e diffusa in tutta l’Europa, a cominciare dalla Germania di Weimar. La somiglianza, a distanza di più di settant’anni, appare impressionante. L’obbiettivo del governo fascista era quello di salvare le banche, il capitalismo finanziario degli oligopoli (Fiat, Pirelli, Ansaldo e altri minori) presente in maniera prevalente nei tre grandi istituti di credito e di addossare allo Stato le perdite ingenti annidate nelle partecipazioni industriali delle società legate alle banche (la Sofindit della Commerciale, la SFI e l’Elettrofinanziaria del Credito). L’operazione fu chiara ed esemplare perché tutti i debiti di quelle società finanziarie vennero scorporati dalle banche e andarono a costituire l’aggregato industriale-finanziario che nacque allora e venne denominato Istituto per la Ricostruzione Industriale, più brevemente IRI, e alla sua presidenza era stato insediato un tecnico politico di notevoli qualità Alberto Beneduce, transitato negli anni precedenti da Nitti a Mussolini.

Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=79028


Visco: i poveri pagheranno più tasse dei ricchi – Economia

Il gioco sull’Ici è di quelli ad alto rischio. In un carosello di assicurazioni (non tornerà mai) e ammiccamenti (magari qualcosa con il federalismo), torna sul tavolo la tassa appena eliminata (a spese dei Comuni). Ultima «trovata»: la service tax, un nome che piace anche a Tremonti, assicura il vulcanico ministro della semplificazione Roberto Calderoli. Un carosello fiscale che sembra un gioco, se non fosse che nasconde una trappola infernale e dolorosa. «La verità è che vogliono eliminare la progressività. Che significa? Detto in parole povere: che i ricchi pagheranno di meno dei poveri». È un attacco tranchant quello di Vincenzo Visco, viceministro al Tesoro nell’ultimo governo Prodi, finito più volte sotto il fuuoco di chi le tasse avrebbe voluto toglierle a tutti (meno che ai lavoratori dipendenti). Il fisco torna al centro del dibattito, ma i toni con il centrodestra sembrano pacificati. Nuove tasse, ma nessuno si straccia le vesti. Come la vede?«Solo il livello di analfabetismo a cui siamo arrivati può giustificare questo dibattito senza senso». Perché senza senso?«È ovvio che a livello locale le tasse servono per pagare i servizi. A che altro se no? Il problema è un altro. Gli esempi di imposte locali che esistino sono sostanzialmente di due tipi: sul valore del patrimonio e la quantità dei servizi. Tecnicamente si possono creare tante soluzioni diverse.

Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=78812